Il Fed Day di inizio 2026 è arrivato e i mercati si preparano a una serata ad alta tensione. Alle 20:00 ora italiana è attesa la decisione ufficiale della Federal Reserve sui tassi di interesse, seguita dalla conferenza stampa del suo presidente, Jerome Powell.
Sulla carta, la riunione non dovrebbe riservare sorprese sul fronte dei numeri. Il vero spartiacque, ancora una volta, sarà il linguaggio utilizzato nel comunicato e soprattutto le sfumature delle parole di Powell, capaci di influenzare in pochi minuti dollaro, obbligazioni e mercati azionari.
Dopo i tre tagli messi a segno nella parte finale del 2025, il consenso degli operatori è fortemente orientato verso una conferma dei tassi al 3,75%. La probabilità di un nuovo taglio immediato viene considerata marginale, stimata intorno al 3%, segnale di un mercato che non si aspetta mosse drastiche nel brevissimo periodo.
La Fed sembra intenzionata a prendere tempo, valutando con attenzione l’equilibrio tra il processo di disinflazione in corso e la tenuta dell’economia reale.
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Il focus principale resta il mercato del lavoro, che dopo alcuni segnali di rallentamento ha mostrato una certa stabilizzazione. I dati più recenti non indicano, almeno per ora, un deterioramento tale da giustificare un nuovo allentamento monetario.
Allo stesso tempo, l’inflazione sta scendendo ma non abbastanza da consentire alla Fed di dichiarare vittoria. Solo una combinazione di raffreddamento più marcato dei prezzi e peggioramento occupazionale potrebbe riaprire seriamente la porta a tagli più aggressivi nel corso dell’anno.
I prossimi dati chiave, in particolare quelli su disoccupazione e nonfarm payrolls, in uscita venerdì 6 febbraio, rappresentano quindi un passaggio cruciale per capire se il quadro macro potrà davvero cambiare direzione.
In questo contesto, la conferenza stampa assume un peso superiore alla decisione stessa. Se Powell dovesse ribadire la necessità di “più evidenze” prima di intervenire, il mercato rafforzerebbe la narrativa del higher for longer. Al contrario, un riconoscimento più esplicito dei progressi sull’inflazione potrebbe riaccendere le aspettative di nuovi tagli nella seconda metà del 2026.
Anche segnali minimi di apertura verrebbero immediatamente interpretati come un cambio di rotta, con impatti diretti su dollaro, curva dei rendimenti e asset rischiosi.
Il dollaro resta un osservato speciale. Un biglietto verde troppo debole rappresenterebbe un problema per la Fed, a causa dei suoi effetti inflazionistici. In questo scenario pesa anche il clima politico, con le rinnovate tensioni tra Powell e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Trump ha recentemente dichiarato che il dollaro “si sta comportando bene”, minimizzando i timori di un’eccessiva debolezza, ma la pressione politica sulla banca centrale rimane elevata.
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Un altro tema centrale è la credibilità istituzionale. Difendere l’indipendenza della Fed è fondamentale per mantenere saldo l’ancoraggio delle aspettative di inflazione. Anche senza indicazioni precise sulle tempistiche future, il messaggio che potrebbe emergere è chiaro: la Fed non ha fretta di procedere con nuovi tagli e continuerà a muoversi esclusivamente in base ai dati.
Oltre alle decisioni immediate, il mercato guarda già oltre. Il mandato di Powell scadrà a maggio e cresce l’attesa per l’annuncio del suo successore. Trump ha promesso che comunicherà “molto presto” la sua scelta.
Tra i nomi circolati negli ultimi mesi, quello di Kevin Hassett sembra aver perso quota, mentre secondo alcune indiscrezioni di Wall Street starebbe emergendo Rick Rieder, attuale responsabile del reddito fisso di BlackRock. Un profilo fortemente legato al mondo obbligazionario e ai mercati finanziari, che potrebbe segnare un cambio di stile nella guida della banca centrale.
In sintesi, il Fed Day di gennaio 2026 difficilmente porterà scosse immediate sui tassi, ma rappresenta un snodo fondamentale per capire la direzione della politica monetaria nel resto dell’anno. Tutto ruota attorno a inflazione, lavoro e soprattutto alle parole di Powell, in un contesto in cui il fattore politico e la futura leadership della Fed rischiano di diventare sempre più centrali per l’equilibrio dei mercati.
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